
Don Luigi, "santo" dei vicoli
di Vittorio Coletti, da Repubblica del 14 gennaio 2020Questo giornale ha già ben ricordato la scorsa don Luigi Traverso, il "santo dei vicoli", il prete di san Siro scomparso a 91 anni, dopo una vita di assoluta dedizione al prossimo, ai poveri, agli emarginati.
Aveva smesso il servizio di prima linea 6 anni fa, confessando la sua impotenza fisica e psicologica di fronte all'aumento della miseria, alla prepotenza del dolore, ai bisogni di gente sempre più numerosa.
Per oltre 50 anni si era battuto silenziosamente e tenacemente contro la sofferenza. Ma mai don Luigi era stato così forte come in quella finale ammissione di debolezza e quasi di resa, a 85 anni suonati. La sua fede non era certo venuta meno, ma, come un nuovo Giobbe, aveva mitemente ma fermamente messo il Dio in cui credeva di fronte al mistero e all'ingiustizia del male, sempre sperando, certo, in qualche provvidenziale piano occulto per spiegarlo e redimerlo, ma sconvolto dalle troppe, povere, innocenti vittime che l'iniquità della miseria e del dolore mieteva ogni giorno.
Quando si incontrano persone di fede così intensa e pura come don Luigi, ci si accorge che sono le uniche a poter richiamare il Dio in cui credono alle sue responsabilità.
E ci si chiede se la loro fede nel bene, inesauribile nonostante il potere del male che combattono, sia più una conferma o una smentita del Dio che professano. La più avanzata teologia moderna risponderebbe forse che questi santi rivelano e condividono il vero volto di Dio, debole come l'uomo che ha creato spogliandosi della propria onnipotenza.
Ma don Luigi Traverso era un cristiano all'antica, credeva nella forza del Dio cui chiedeva ogni giorno di non tardare più a manifestarsi, di non pretendere troppo dalla pazienza e dalle debolezze dell'uomo.
La speranza cristiana non ha mai cessato di scaldare il cuore di questo fragile e instancabile sacerdote, come ha ricordato il cardinale Angelo Bagnasco ai funerali. Ma senza illusioni, né sentimentalismi.
Don Luigi voleva bene ai poveri, ma non amava la povertà. Sapeva che non è una virtù e, per averlo provato anche fisicamente a sue spese subendo percosse e aggressioni, non ignorava che i poveri non sono necessariamente anche buoni.
Non ha mai rinunciato a credere nell'annuncio di salvezza e letizia del vangelo che ha predicato fino all'ultimo.
Ma ha dovuto ogni giorno, davanti alle devastazioni della droga, della prostituzione, della miseria, alla larghezza della povertà e all'avarizia della ricchezza, fare prova di santa pazienza per aspettare una consolazione troppo rimandata e rimessa a un paradiso, che bastava a lui, alla sua fede senza riserve, ma che sapeva troppo lontano per quelli che bussavano con urgenza alla sua porta, per i malati, gli sconfitti, gli umiliati dei suoi vicoli.
Don Luigi era una di quelle persone che inducono a pensare che Lombroso avesse qualche ragione nel dire che c'è una fisiognomica dello spirito. Se il bruto non può cancellare dal suo identikit la propria violenta relazione col mondo, uno come don Luigi portava in faccia, sul suo volto sereno e umile, i segni della sua profonda bontà: cosa, diciamolo pure, non frequentissima nei preti.
Se la chiesa non richiedesse la discutibile controprova di primitivi prodigi, santificherebbe subito don Luigi, come la gente del centro storico ha già fatto da tempo, ammirata da una vita di totale dedizione agli altri.
Ma temo che la santità di don Luigi non rientri nei parametri di quella vaticana, volta com'era più a medicare con la misericordia le ingiustizie che il buon Dio misteriosamente permette o ignora che a procurare a Lui e alla sua solenne chiesa folle di devoti osannanti.
Vittorio Coletti